2021 09 dubbifede1Credere non sempre è facile. Non bisogna aver paura dei dubbi e delle domande, perché sono parte della natura umana, che non è fatta per comprendere i misteri divini.

Il crescente numero di atei ed agnostici è sicuramente sintomo di un forte dubbio nella fede e nella religione da parte della nostra società contemporanea, che si basa su dati, fatti, teorie comprovate, certezze. Nell’articolo che vi presentiamo di seguito, la teologa e filosofa Angela Büchel Sladkovic si sofferma a riflettere sulle difficoltà di credere nel nostro mondo incerto.

Prima di immergerci nella lettura profonda della teologa, ricordiamo che anche Papa Francesco si è più volte espresso riguardo ai dubbi che toccano la fede. A questo riguardo, il santo Padre ci spiega che i dubbi non sono negativi perché sono indice di una volontà di conoscere meglio e più a fondo Dio, «sono dubbi che fanno crescere! È un bene quindi che ci poniamo delle domande sulla nostra fede, perché in questo modo siamo spinti ad approfondirla».

La catechesi della Chiesa cattolica ci offre sicuramente una via importante da seguire per consigliare i dubbiosi, ma è altrettanto importante vivere più profondamente possibile la propria fede.

«Non facciamo della fede una teoria astratta dove i dubbi si moltiplicano. Facciamo piuttosto della fede la nostra vita. Cerchiamo di praticarla nel servizio ai fratelli, specialmente dei più bisognosi. E allora tanti dubbi svaniscono, perché sentiamo la presenza di Dio e la verità del Vangelo nell’amore che, senza nostro merito, abita in noi e condividiamo con gli altri».

Il Papa, negli incontri di catechesi sulle beatitudini che abbiamo pubblicato anche sulla nostra rivista, tiene particolarmente a ricordarci che «…il mistero dell’amore di Dio non è stato rivelato ai sapienti e agli intelligenti, ma ai piccoli. Pertanto, l’insegnamento più profondo che siamo chiamati a trasmettere e la certezza più sicura per uscire dal dubbio, è l’amore di Dio con il quale siamo stati amati. Un amore grande, gratuito e dato per sempre. Dio mai fa retromarcia con il suo amore! Va sempre avanti e aspetta; dona per sempre il suo amore, di cui dobbiamo sentire forte la responsabilità, per esserne testimoni offrendo misericordia ai nostri fratelli».

La Redazione

Credere in un mondo incerto

Quando Dio promette ad Abramo, già avanti con gli anni, che sua moglie avrà un figlio, Abramo ride – e sua moglie Sara ride con lui. Questo è ciò che ci dice il libro della Genesi. Fede e incredulità sono vicine. Questo si esprime anche nelle parole del poeta libanese Khalil Gibran: «Il dubbio è un dolore troppo solitario per sapere che la fede è il suo fratello gemello.»

Un contributo utile e stimolante al dibattito sulla fede e il non credere è il libro «Pazienza con Dio» del teologo ceco Tomáš Halík, premiato dalla Società Europea di Teologia Cattolica nel 2010. Halík era un prete della chiesa clandestina in Cecoslovacchia durante il regime comunista e ora insegna sociologia all’Università Carolina di Praga. Proprio all’inizio del libro egli afferma di essere d’accordo con gli atei in quasi tutto – tranne che nella loro convinzione che Dio non esiste.

Pazienza con Dio

Sono grandi le perplessità di Halík su una fede troppo convinta e incrollabile. Il mondo si presenta come una realtà ambivalente e la fede non è affatto così «univoca» come alcuni credenti potrebbero far pensare con il loro entusiasmo religioso. Gli abissi della vita affliggono le persone, che ci credano o meno.

Le esperienze dell’assenza di Dio e del dubbio sul significato della vita sono conosciute anche dai religiosi. Trarre da queste esperienze la conclusione che Dio non esiste è una possibile interpretazione che Halík, da nessuna parte nel suo libro, considera falsa. Tuttavia, il giudizio gli sembra affrettato, un segno di impazienza. L’esperienza dell’assenza di Dio può anche portare a sentire la mancanza di Dio e quindi a cercarlo.

«Sì, vedo la differenza principale tra fede e ateismo nella pazienza. L’ateismo, il fondamentalismo religioso e l’ingenuo entusiasmo religioso sono sorprendentemente simili nella rapidità con cui terminano con il mistero che chiamiamo Dio – ed è per questo che tutte e tre le posizioni sono per me ugualmente inaccettabili.»

Se Dio esiste, si trova solo nel profondo, nel passaggio attraverso gli abissi della vita. Fede, amore, speranza sono una possibile risposta al silenzio di Dio. Gli atteggiamenti cristiani di base, da Halík formulati con riferimento a quanto detto da Adel Bestravos, diacono della Chiesa copto-egizia, sono la pazienza con Dio. «La pazienza con gli altri è amore. La pazienza con sé stessi è la speranza. La pazienza con Dio è Fede». La capacità di attendere, di perseverare e di integrare i tempi della lontananza da Dio è una parte essenziale della fede giudaico-cristiana, anzi di ogni fede matura e adulta.

«La fede è lì proprio per quei tempi del crepuscolo, dell’ambiguità della vita e del mondo, così come per la notte e l’inverno del silenzio di Dio. Non è lì per placare la nostra sete di certezza e sicurezza, ma per insegnarci a vivere con il mistero.»

Tomás Halík

2021 09 dubbifede2Incertezza salvifica

Il desiderio di certezza è sempre stato presente nella storia della Chiesa. Al tempo del Concilio Vaticano I (1870) e oltre, la gente era ansiosa di dimostrare l’oggettività della fede e di esigerla come verità soprannaturale. La fede è diventata un sistema di dogmi. In questo tempo di paternalismo ecclesiale la giovane filosofa francese Simone Weil (1909-1943) formulò la sua tesi sull’uso salvifico dell’ateismo. L’ateismo potrebbe essere una «purificazione del concetto di Dio» preservandolo da una comprensione troppo semplice e liberando la fede da deformazioni. «Dieu veut rester dans le secret» (Dio vuole restare nel segreto, da Lettre à un religieux) – la nota di Simone Weil fa risuonare la parola biblica di Dio che «abita in una luce inaccessibile» (prima Lettera a Timoteo 6,16). Dio non è un Dio che ci è semplicemente dato, non appartiene al mondo delle cose e degli oggetti.

Così la divinità si rivela a Mosè nel rovo e allo stesso tempo sfugge alla sua comprensione quando dice: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Entrare in questo mistero è un rischio e richiede coraggio.

Il Dio degli altri

Le riflessioni di Halík si concentrano sulla figura di Zaccheo del Vangelo di Luca. Zaccheo si presenta come uno che non ha ancora espresso il suo giudizio su Dio e sul mondo, che non sa se può credere e che è allo stesso tempo pieno di curiosità e di interesse. Halík ci invita ad entrare in dialogo con gli Zaccheo di oggi, non per portarli nella Chiesa, ma per dare spazio nella Chiesa alla loro esperienza di ricerca e di dubbio. Halík non vuole lasciare Dio a chi si sente «sicuro nella religione».

«Nessuno ha il diritto esclusivo su di lui. Il nostro Dio è anche il Dio degli altri, sia di chi lo sta cercando sia di coloro che non lo conoscono.»

In questo contesto il teologo ceco invoca una «nuova teologia della liberazione» nel senso di una liberazione a partire dall’interno. Analogamente all’opzione per i poveri si richiede una lettura della Bibbia e del messaggio cristiano nella prospettiva di una profonda solidarietà con chi si pone alla ricerca dal punto di vista religioso. La Chiesa non solo lascia andare il suo trionfalismo barocco esteriore ed è una comunità che condivide le sue risorse finanziarie e le utilizza a beneficio degli altri. La Chiesa rinuncia anche al suo trionfalismo interiore e all’idea di essere l’unica depositaria della verità. È una Chiesa alla ricerca e vuole seriamente il dialogo con le altre religioni e con chi non professa nessuna religione. Perché la verità cristiana è anche una verità che non viene espressa fino in fondo.

Questo si vede in modo esemplare nella parola di Gesù sulla via, in cui relazione, verità, vita ed essere in cammino sono strettamente intrecciati: «Io sono la via, la verità e la vita.» (Vangelo di Giovanni 14,6) La fede non è l’entrare in possesso della verità, ma una via che non si esaurisce nell’incontro e che ricomincia sempre di nuovo.

A proposito: Dio non si è risentito delle risate dubbie di Abramo e Sara. Ha dato loro un figlio. Abramo lo ha chiamato Isacco, egli ride. E Sarah ha espresso la sua liberazione con un grido di gioia: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me.» (Genesi 21,6)

Angela Büchel Sladkovic


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2021.

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