2021 09 italianiquali1Da qualche anno a questa parte si sentono voci di politici e di comuni cittadini gridare a gran voce lo slogan “prima gli italiani”. Ma esattamente, quali italiani? Questa è la domanda che si pone – che ci pone – lo storico Francesco Filippi con la sua nuova pubblicazione. Si tratta di un titolo che personalmente mi ha colpito molto per la sua attualità e per le riflessioni che suscita.

Quando qualcuno in Svizzera mi chiede di dove sono, rispondo convinto di essere italiano. È la mia cittadinanza, attestata da un documento ufficiale, ma anche un mio tratto identitario, la mia identità nazionale. Ma ci siamo mai soffermati a chiederci cosa intendiamo esattamente per “italiano”? Secondo la definizione forse più comune, è italiano chi “appartiene all’Italia”. D’accordo, è una questione di appartenenza, su questo non ci piove. Ma non vivendo in Italia, appartengo comunque a questo Paese? Ci sono due risposte che nascono spontanee, ed il nocciolo della questione sta proprio nel modo in cui ognuno di noi risponde alla domanda.

La prima risposta è, in soldi spicci, quella che mi diede un bambino qualche anno fa: sono italiano perché mamma e papà lo sono. Ovviamente non sto giudicando la risposta genuina del bambino, ma le sue parole sono il frutto di una convinzione che anche molti adulti conservano.

Sono sicuro che anche alle nostre menti si affaccia questo pensiero: sono italiana perché la mia famiglia è italiana, lo erano i miei genitori, i miei nonni e lo saranno i miei figli, nipoti e pronipoti.

Ma si tratta davvero di un’identità di tipo etnico? In questo caso nessuno potrebbe acquisire la cittadinanza italiana, anche se nato e cresciuto in Italia, e al contempo nessuno potrebbe perderla, anche se i suoi piedi non hanno mai toccato il suolo del Belpaese. Anche se la sua lingua articola forse una volta a settimana – per altro con marcato accento straniero – le uniche due parole italiane a lei conosciute: pizza e spaghetti.

2021 09 italianiquali2Di conseguenza, la seconda risposta alla domanda iniziale sarebbe: sì, io appartengo all’Italia perché ho dei tratti culturali tipici italiani. Essere italiani sarebbe quindi una questione di identità culturale. E anche un bambino a questo punto si chiederebbe: Quali sono i tratti culturali tipici italiani? Pizza, mare e mandolino, come veniamo descritti negli stereotipi? Sfido chiunque a fare un giro a Milano, a Roma o a Napoli e a trovare qualcuno che mangi una pizza suonando il mandolino. Certo, la buona cucina ci accomuna, ma non si può di certo parlare di uniformità dal punto di vista culinario. Mai assaggiato uno strudel a Cagliari o un’arancina a Trento? Non parliamo poi della lingua: ci sono voluti più di cent’anni per fare in modo che un valdostano ed un potentino potessero finalmente capirsi parlando la stessa lingua. Perché l’Italia, in realtà, era (ed in certi versi è) un insieme di popolazioni diverse. Non dobbiamo andare lontano per accorgercene: senesi e fiorentini battibeccano in continuazione dai tempi di Dante e così fanno leccesi e baresi, trevigiani e vicentini, messinesi e palermitani. D’altronde, si narra che lo stesso Massimo D’Azeglio all’epoca della spedizione dei Mille abbia detto: “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gl’italiani”. Secondo alcuni storici, bisognerà aspettare la Prima guerra mondiale per dar inizio al lungo processo di creazione degli italiani. Tutto ad un tratto, nel 1915 abruzzesi, liguri, sardi e cittadini di tutt’Italia si ritrovarono nelle trincee a combattere fianco a fianco sotto lo stemma sabaudo contro un nemico comune. Lingue, tradizioni e costumi diversi si incontrarono per la prima volta sul campo di battaglia. In seguito di certo il regime fascista favorì – per usare un eufemismo - l’uniformarsi delle genti italiane. Ergo, ad oggi ci sono sì alcuni tratti comuni a tutti gli italiani e le italiane, ma ci sono anche diversi tratti che distinguono le varie regioni, province, comuni.

2021 09 italianiquali3Chi sono, allora, gli italiani? Parlo ovviamente di identità nazionale, di un sentimento personale di ognuno di noi. A livello burocratico è tutto molto più complicato, tra ius solis e ius sanguinis. Ma a seguito delle considerazioni riportate sopra, tenderei a rispondere alla domanda con la seconda considerazione, ovvero che si tratta di un’identità culturale. Dico tenderei perché nella mia mente ha fatto capolino una nuova questione. E noi italiani e italiane all’estero? La seconda, terza generazione, quelli che hanno frequentato le scuole in Svizzera, che sono integrati nella società svizzera, che hanno più difficoltà ad esprimersi in italiano? Sono italiani anche loro? Quando in campagna elettorale tuonano “prima gli italiani”, intendono solo gli italiani che abitano in Italia o anche i vari milioni di italiani sparsi nel resto del mondo? Non so cosa vogliano dire i politici, ma personalmente credo che ognuno abbia il diritto di sentirsi italiano o italiana. Forse è proprio questo ciò che si chiama “identità nazionale”, ovvero il desiderio di appartenere ad una nazione, in questo caso all’Italia. Prendo allora in prestito un termine utilizzato dalla Confederazione Svizzera per descrivere la nascita dello stato elvetico: Willensnation, ovvero una “nazione per volontà”, fondata sulla volontà delle pur differenti genti che lo abitano di coabitare e di operare insieme. La Svizzera si descrive come “un caso speciale” – Sonderfall – proprio perché la sua nascita si baserebbe sulla volontà dei popoli. In fondo credo che non si tratti di una unicità elvetica, ma penso che tutte le identità nazionali moderne occidentali si fondino un po’ su questo principio. Certo l’individualismo crescente, la globalizzazione e la mobilità hanno sicuramente portato ad una profonda crisi l’idea dello stato nazionale, tanto che sembrano aver affievolito il sentimento identitario. Poi però ci bastano undici ragazzi in maglia azzurra per sentirci nuovamente fratelli e sarebbe bello che tra questi fratelli contassimo davvero tutti coloro che, nel profondo, si sentono italiani, che siano discendenti di emigrati italiani o di immigrati in Italia. Qualche esempio? Jorginho, protagonista degli Europei, nato in Brasile da un trisavolo italiano. Marcell Jacobs, medaglia d’oro nei cento metri, nato a El Paso, Stati Uniti, da mamma italiana. Ma anche Paola Egonu, pallavolista e portabandiera per l’Italia a Tokyo, nata in provincia di Padova da genitori nigeriani.

Purtroppo, però, ad oggi molti giovani della seconda generazione di immigrati in Italia incontrano grandi difficoltà non solo ad essere a riconosciuti italiani dalla gente comune ma anche dalle istituzioni, che rendono loro complicato l’iter per ottenere la cittadinanza del Paese in cui vivono da anni, studiano, pagano le tasse e in cui si sentono a casa. Così spiegava un’intervistata alla Repubblica: “Una persona che vive in Italia, che è nata in Italia, è cresciuta in Italia, perchè non gli viene riconosciuto il suo diritto sacrosanto alla cittadinanza? Di appartenere a questo bellissimo Paese che è l’Italia? Noi siamo italiani, alla fine, quindi perché?”

Luca Nicola Panarese


Articolo pubblicato sul mensile insieme di settembre 2021.

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