2021 10 dolcemorte1Sono più di 500.000 le persone che hanno firmato il referendum per la legalizzazione dell’eutanasia in Italia. Il comitato promotore del referendum ‘Eutanasia legale’ e dell’associazione Luca Coscioni, ha affermato che tale iniziativa si situa a 37 anni dal deposito della prima proposta di legge sull’eutanasia, con l’intento di abrogare la criminalizzazione del cosiddetto “omicidio del consenziente” e rimuovere così gli ostacoli alla legalizzazione dell’eutanasia sul modello di Olanda, Belgio, Lussemburgo e Spagna.

Cosa ne pensa la Chiesa Cattolica nel suo Magistero?

Un anno fa, il 22 settembre 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicava la Lettera “Samaritanus bonus” proprio sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita.

Il documento che presento qui “intende illuminare i pastori e i fedeli nelle loro preoccupazioni e nei loro dubbi circa l’assistenza medica, spirituale e pastorale dovuta ai malati nelle fasi critiche e terminali della vita”. Senza perdersi in chiacchiere scende subito in medias res ricordando che “diverse Conferenze Episcopali nel mondo hanno pubblicato documenti e lettere pastorali, con le quali hanno cercato di dare una risposta alle sfide poste dal suicidio assistito e dall’eutanasia volontaria ‒ legittimati da alcune normative nazionali ‒ con particolare riferimento a quanti lavorano o sono ricoverati all’interno delle strutture ospedaliere, anche cattoliche”.

Prendersi cura del prossimo

A fondamento del testo, la cura del prossimo, come il Buon Samaritano, consci che è “difficile riconoscere il profondo valore della vita umana quando, nonostante ogni sforzo assistenziale, essa continua ad apparirci nella sua debolezza e fragilità”. “La cura della vita”, continua il testo, “è la prima responsabilità che il medico sperimenta nell’incontro con il malato”. Ridurre tutto alla capacità di guarire l’ammalato, sarebbe limitare un orizzonte antropologico e morale più ampio: “anche quando la guarigione è impossibile o improbabile, l’accompagnamento medico-infermieristico, psicologico e spirituale, è un dovere ineludibile, poiché l’opposto costituirebbe un disumano abbandono del malato.” Si tratta, per gli estensori della lettera, di avere uno sguardo contemplativo per cogliere nella propria e altrui vita “un prodigio unico ed irripetibile, ricevuto e accolto come un dono”. Si tratta di non pretendere di impossessarsi della realtà della vita, ma accoglierla così com’è, con le fatiche e le sofferenze.

L’esperienza vivente del Cristo sofferente e l’annuncio della speranza

L’agonia di Cristo in Croce e la sua Resurrezione, sono i “luoghi in cui si manifesta la vicinanza del Dio fatto uomo alle molteplici forme dell’angoscia e del dolore, che possono colpire i malati e i loro familiari, durante le lunghe giornate della malattia e nel fine vita”. Ogni malato non deve soltanto essere ascoltato, ma deve capire che “il proprio interlocutore “sa” che cosa significhi sentirsi solo, abbandonato, angosciato di fronte alla prospettiva della morte…per questo, volgere lo sguardo a Cristo significa sapere di potersi appellare a chi ha provato nella sua carne il dolore delle frustate e dei chiodi, la derisione dei flagellatori, l’abbandono e il tradimento degli amici più cari.”

Il “cuore che vede” del Samaritano

La vita umana è un dono sacro e inviolabile: L’uomo, in ogni situazione della vita, mantiene la sua dignità originaria di essere creato a immagine di Dio. Il programma del Buon Samaritano è “un cuore che vede”. Egli insegna che senza la compassione, chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto.

“Gli occhi percepiscono nella debolezza una chiamata di Dio ad agire, riconoscendo nella vita umana il primo bene comune della società. La vita umana è un bene altissimo e la società è chiamata a riconoscerlo”. Il valore inviolabile della vita rimane una verità basilare della legge morale naturale e fondamento essenziale dell’ordine giuridico…”pertanto, sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale”. Sarebbe decidere al posto di Dio il momento della morte.

2021 10 dolcemorte2Ostacoli culturali

Il testo esamina poi gli ostacoli che oscurano il valore sacro di ogni vita umana: un uso equivoco del concetto di “morte degna” in rapporto con quello di “qualità della vita”, facendo emergere una prospettiva antropologica utilitaristica, legata prevalentemente alle possibilità economiche, al “benessere”, alla bellezza e al godimento della vita fisica, “dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza”. Un secondo ostacolo è una erronea comprensione della “compassione” per cui, davanti ad una sofferenza definita “insopportabile”, si giustifica la fine della vita del paziente in nome della “compassione” (è meglio morire che soffrire). “In realtà, la compassione umana non consiste nel provocare la morte, ma nell’accogliere il malato, nel sostenerlo dentro le difficoltà, nell’offrirgli affetto, attenzione e i mezzi per alleviare la sofferenza”; un terzo fattore è l’individualismo crescente che vede gli altri come limite e minaccia alla propria libertà. In tal senso, Papa Francesco ha parlato di «cultura dello scarto» e le vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più fragili, che rischiano di essere “scartati” da un ingranaggio che vuole essere efficiente a tutti i costi. “In questa cultura dello scarto e della morte, l’eutanasia e il suicidio assistito appaiono come una soluzione erronea per risolvere i problemi relativi al paziente terminale”.

Insegnamenti del Magistero

Il magistero tratta inoltre diversi temi specifici, per cui rimandiamo alla lettura personale di ciascuno. Tra questi il divieto di eutanasia e suicidio assistito, il dovere di alimentazione e idratazione, le cure palliative. Interessante è l’obbligo morale di escludere l’accanimento terapeutico (ossia la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, escludendo però ogni atto di natura eutanasica o suicidaria). Per quanto riguarda le terapie analgesiche e di soppressione della coscienza (per attenuare i dolori del malato, la terapia analgesica usa farmaci che possono causare la soppressione della coscienza con la sedazione del paziente), la Chiesa afferma la liceità della sedazione come parte della cura che si offre al paziente, affinché la fine della vita sopraggiunga nella massima pace possibile e nelle migliori condizioni interiori). Il magistero ribadisce inoltre che il malato deve essere riconosciuto nel suo valore e assistito con cure adeguate anche se in stato vegetativo o di minima coscienza. La Chiesa riconosce, in questi casi, che il fatto che il malato possa rimanere per anni in questa dolorosa situazione senza una chiara speranza di recupero implica indubbia sofferenza per coloro che se ne prendono cura.

La Redenzione dell’uomo ritorna prepotente nel testo e di fronte alla sfida di affrontare un tema come il nostro. Essa è radicata “nel coinvolgimento amorevole di Dio con la sofferenza umana”: sta qui la ragione per cui possiamo fidarci di Dio e trasmettere tale certezza all’uomo sofferente e toccato dal dolore e dalla morte.

La Chiesa impara dal Buon Samaritano quale sia la cura del malato terminale e così facendo obbedisce al comandamento legato al dono della vita: «Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana!» (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 5).

La risposta a chi ha proposto il referendum che abbiamo citato all’inizio si può centrare, perciò, sul “volere il bene”, come fa il Samaritano, “che si fa prossimo dell’uomo ferito non a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità (cfr. 1 Gv 3, 18), prende la forma di cura, sull’esempio di Cristo il quale passò beneficando e sanando tutti (cfr. At 10, 38)”.

Il Signore della vita, infatti, nella parafrasi del giudizio finale, afferma: “Ricevete in eredità il regno, perché ero malato e mi avete visitato. Quando mai, Signore? Tutte le volte che avete fatto questo a un vostro fratello più piccolo, a un vostro fratello sofferente, lo avete fatto a me“ (cfr. Mt 25, 31-46).

Padre Gabriele Beltrami


Articolo pubblicato sul mensile insieme di ottobre 2021.