2021 10 coronaL’emergenza Covid-19 ha comportato una rivoluzione nella nostra quotidianità: dal lavoro, lavorando da casa, alla scuola con la didattica a distanza, passando alla socialità in generale.

La parola d’ordine di quest’emergenza è stata distanziamento che ha portato all’isolamento. Il virus ci ha insegnato a guardare ogni persona con diffidenza, come possibile portatore di infezione e malattia e ha insidiato in tutti noi l’inganno, il sospetto e il timore in modo subdolo e profondo. Ha introdotto nella nostra quotidianità l’idea che l’altro possa essere fonte di minaccia e pericolo.

Il susseguirsi dei lockdown forzati ci ha resi sempre più diffidenti e aggressivi. In questi mesi abbiamo imparato in modo disfunzionale ad isolarci, a stare in casa, credendo che sia l’unico spazio sicuro e protetto. Ancora oggi con l’allentamento delle restrizioni, ci sono persone che rifiutano di lasciare la propria casa per paura di esporsi a possibili minacce. Questo è ciò che caratterizza il fenomeno della “sindrome della capanna!” Quanto accaduto e quanto sta accadendo lascia un segno indelebile sull’intera comunità, e più nel dettaglio, sui rapporti sociali. Le sue conseguenze sono, significativamente forti e devastanti.

La solitudine, la paura, l’ansia che nulla torni più come prima, l’angoscia di perdere una sicurezza economica, il timore di vedere i nostri cari per un possibile rischio di contagio, è il dramma che ognuno di noi ha vissuto e continua a vivere a causa della pandemia e che ha creato una condizione di fatica, stress psicologico continuo, in cui è forte una destabilizzazione e uncrollo delle certezze e dei punti di riferimento.

Quelle che pensavamo fossero le nostre sicurezze sono tutte crollate! I vari striscioni comparsi sui balconi con su la scritta “Andrà tutto bene!” nel primo lockdown, sono andati scomparendo con la sopravvivenza del virus e alla speranza si è sostituita la rassegnazione, la disperazione e la sfiducia.

Ci sono molti fattori che caratterizzano questa pandemia: l’incertezza sul domani, la sospensione della vita, il cosiddetto “effetto limbo”, i messaggi contrastanti sulla gestione e la durata dell’epidemia, la necessità dell’isolamento e, non ultimo, l’uso di coperture per il viso, le ormai note mascherine che sono entrate a far parte delle nostre abitudini e che sembrano rubare la nostra identità e deprivarci delle nostre emozioni.

Negli ultimi decenni l’avvento delle tecnologie digitali e della possibilità di comunicare a distanza ha cambiato il nostro concetto di socialità, soprattutto nelle nuove generazioni. È indubbio che l’evoluzione tecnologica ha ridotto le occasioni di stare insieme e relazionarsi con l’altro o le ha modificate completamente. Un tempo si giocava tutti insieme fuori casa, oggi si gioca dentro casa in modo virtuale e sparsi per il mondo. In questo quadro generale, infatti, spiccano parti di popolazione a rischio più elevato, tra queste quella dei giovani!

Una patologia diffusa solo negli ultimi anni, che descrive un particolare fenomeno psichiatrico e che si manifesta attraverso il ritiro sociale, l’auto-esclusione dal mondo esterno, l’isolamento e il rifiuto totale per ogni forma di relazione, sino alla privazione della luce del sole è la sindrome Hikikomori (i giovani hikikomori, spesso, sigillano le finestre con carta scura e nastro adesivo.) Il campanellino che fa suonare l’allarme nei giovani è, dunque, il “ritiro emotivo”, ossia quel meccanismo di difesa che porta alla chiusura e al distacco dalla realtà per paura di un coinvolgimento in situazioni di sofferenza, paura o ansia.

La pandemia ha accentuato questo fenomeno!

Cosa ci insegna, dunque, questo lungo periodo di incertezza e di destabilizzazione?

Sarebbe un errore considerare questo tempo come un “non tempo”, un tempo da cancellare per tornare a vivere. In realtà è un tempo che ha determinato una trasformazione e non si potrà tornare a quella normalità a cui tanti auspicano. Non c’è più! Non si tornerà indietro! È ora di guardare a un nuovo PRESENTE, confidando di poter cominciare a vivere in un prossimo futuro, sia pure con modalità diverse, maggiormente consone alla socialità umana e senza mettere a repentaglio la salute. Nulla va “buttato”, ma anzi tutto va vagliato e riflettuto per comprendere se e come potrà essere d’aiuto. In realtà, il Covid-19 ha permesso la riscoperta delle relazioni, l’importanza dell’essere comunità e l’essenzialità del contatto. Abbiamo avuto bisogno di questo periodo per ritrovare quei semplici gesti che riempiono la vita di una persona come gli abbracci, una carezza o un sorriso!

Il distanziamento, l’isolamento e una società che si impegna a dare risalto al singolo individuo erano problemi già presenti prima della pandemia!

Pierpaolo Matozzo


Articolo pubblicato sul mensile insieme di ottobre 2021.