2021 12 camminonataleIn un batter d’occhio sta arrivando Natale. Mentre vi scrivo sono in famiglia, a Lecce. Oggi è domenica, ci sono 20° ed è una bella giornata di sole. Ho sentito da poco alcuni amici al telefono. Stanno passeggiando in spiaggia.

Avrei voglia di raggiungerli, ma voglio prima concludere questo testo, anche se faccio fatica a concentrarmi e a pensare già al Natale, non perché fuori manchi la neve, il freddo, i cappotti pesanti e le luci a festa, ma perché in questo momento le mie giornate sono piene di tanta altra quotidianità: dare le medicine a mio padre, preparare la colazione, portarlo alle visite mediche e alle terapie, aiutare in casa e, tra una cosa e l’altra, lavorare anche per la Missione. I giorni passano scanditi da questi ritmi.

Cos’è il Natale in questo contesto e come faccio a calarmi nel clima natalizio? Forse devo pensare al vero significato del Natale, a quel Dio che si è fatto uno di noi, che si è abbassato, che si è messo a servizio del progetto di Dio.

Forse se parto da questo – che poi è il suo vero significato – mi accorgo che per me è già Natale. Imitare questo Diocon-noi, Lui che si è fatto prossimo, che si è fatto vicino, è il vero messaggio incarnato del Natale. Ah già, l’incarnazione: prendere carne. Ma quale? Dio prende la nostra e io quale prendo? In questo momento quella della mia famiglia e delle persone ammalate che incontro tra le corsie degli ospedali e degli ambulatori ogni volta che porto mio padre a fare una visita medica. La sofferenza e la malattia non erano una novità per me. Solo che stavolta sono diventate la quotidianità. Una persona ammalata è come un bambino: ha bisogno di cure e di attenzioni continue. Dio si è fatto bambino affinché ci fermassimo e rallentassimo la nostra corsa affannosa contro il tempo. Ci vuole tempo, non il mio, ma quello dell’altro. Ci sembrerà allora di essere come i pastori e i Magi, che si misero in cammino per poi fermarsi ad adorare il bambino. Ogni giorno della nostra vita è Natale non perché ogni giorno dobbiamo diventare più buoni, ma perché ogni giorno dobbiamo metterci in ascolto, in servizio, in adorazione dell’umanità fragile e indifesa che è attorno a noi. Ci vuole tempo (che in questo momento sto chiamando “pazienza”). Non il mio tempo, ma quello dell’altro. Sia di quello del Padre celeste che di quello del padre, della madre, della sorella, del vicino, dello sconosciuto terrestre.

Perché sia Natale ci vuole tempo.

Buon cammino,

P. Antonio


Articolo pubblicato sul mensile insieme di dicembre 2021.