2022 04 assistenza1Nel centro federale dei richiedenti asilo di Berna presso l’ex-Zieglerspital (Bundesasylzentrum, BAZ), tre assistenti spirituali di confessione cattolica, protestante e musulmana offrono il loro servizio di ascolto, sostegno e cura pastorale dei migranti. Beatrice Teuscher, pastora riformata, condivide la sua esperienza, illustrando la sua attività al BAZ, le maggiori sfide e le speranze per il futuro.

Signora Teuscher, puo’ brevemente descrivere il suo lavoro?

Nella mia attività ci sono diversi ambiti lavorativi. Il principale è quello della cura spirituale delle persone, in questo caso dei richiedenti asilo del BAZ. In secondo luogo, c’è il lavoro di coordinamento con le chiese del territorio, con varie organizzazioni e con i nostri supervisori. Infine, c’è la cura del nostro equilibrio personale e della crescita professionale – gli assistenti pastorali che riescono a trovare un po’ di tempo per loro stessi e per la loro formazione sono in grado di svolgere meglio il loro lavoro di sostegno ai migranti.

I richiedenti asilo del centro possono incontrarla in modo spontaneo, oppure ci sono degli orari di ufficio?

L’assistenza pastorale consiste nell’essere presenti, nel mostrare interesse per le persone che incontriamo e nell’accompagnarle nelle loro necessità. Per questo motivo siamo noi assistenti che avviciniamo i migranti, in modo spontaneo, chiediamo loro come stanno, chi sono, cosa piace loro fare. Il nostro lavoro consiste nel muoversi all’interno del centro, incontrare le persone e parlare con loro nei corridoi e nelle sale comuni. In questo modo si stabilisce spesso un primo contatto. Alcune volte sono altri collaboratori del BAZ (personale paramedico, legale, dirigente) a segnalarci i più bisognosi della nostra assistenza, persone particolarmente tristi o frustrate, ad esempio a causa del rifiuto della richiesta di asilo. Una piccola percentuale degli ospiti viene poi a cercarci in ufficio, ma in questi casi si tratta di persone che già ci conoscono e hanno piacere di intrattenersi con noi.

Quali temi vengono affrontati durante le prime conversazioni? 

Per prima cosa mi informo della situazione momentanea, chiedo semplicemente come va, e talvolta la conversazione termina già lì. Tipicamente si parla della quotidianità, chiedo come è andato un certo evento (ad es. un’intervista con le autorità), o la giornata del bambino a scuola. Altre volte invece gli ospiti condividono esperienze negative, esprimono il loro disagio, ed in quel caso dò spazio ai loro racconti. Tuttavia, non chiedo mai direttamente informazioni sulla loro storia di fuga, a meno che non siano loro a parlarne oppure sia strettamente necessario. Il dialogo si imposta in generale sulle esigenze del richiedente asilo, mentre la mia curiosità non deve prevalere.

In questi dialoghi emergono anche bisogni spirituali?

Quando l’attenzione è posta sulle difficoltà – e praticamente tutti i richiedenti asilo ne hanno – non si affrontano subito i bisogni spirituali. In primo luogo, si parla di famiglie, spesso separate dalla fuga, di relazioni, di futuro. Si parla di paure e speranze, di prospettive di vita in Svizzera. I temi spirituali si intuiscono ogni tanto tra le righe. I richiedenti asilo, soprattutto cristiani, che conoscono la mia professione, talvolta pongono domande relative alla spiritualità; tuttavia, questo genere di argomenti si affronta nel corso di incontri successivi al primo contatto.

Dunque, quando si tratta di spiritualità, tendenzialmente i migranti cristiani si rivolgono agli assistenti cristiani, e i musulmani al collega imam?

Non necessariamente. Bisogna dapprima definire la parola «spirituale». Se si intende un bisogno di accoglienza, di senso della vita, di orientamento o di principi etici, allora la confessione o addirittura l’essere credenti gioca un ruolo secondario. Questi sono bisogni innati dell’uomo, e dunque come pastora riformata posso parlarne anche con un musulmano. Naturalmente ci sono anche domande alle quali, con la mia formazione protestante, posso difficilmente rispondere, ad esempio quando si tratta di rituali islamici.

Si parla spesso di Dio?

La parola «Dio» ricorre molto spesso nei dialoghi. Ad esempio, i migranti spesso dicono “Grazie a Dio” (sto bene), ringraziano Dio per avere trovato una soluzione, credono che questo destino sia voluto da Dio. Questo rispecchia una certa devozione, ma non si parla spesso direttamente del rapporto con Dio. Accade però spesso che le persone mi chiedano di pregare per o con loro, e in quel caso la relazione con Dio è molto presente.

La Pasqua si avvicina. Organizzate delle celebrazioni all’interno del centro, per questa o altre festività?

Il bisogno di celebrare le feste è molto presente, anche tra le persone non particolarmente religiose. Ci sono infatti festività importanti dal punto di vista culturale e sociale, in quanto sono occasioni per incontrare famiglie e parenti. I cristiani, soprattutto di alcune etnie (ad es. gli etiopi), si informano spesso sulle possibilità di partecipare a celebrazioni esterne al centro. Per i musulmani è molto importante il Ramadan. In quel periodo anche gli orari di cucina vengono adattati per chi lo desidera. Il BAZ tuttavia non offre celebrazioni religiose. Essendo un centro statale, deve garantire la neutralità confessionale. Sono possibili dei compromessi, come detto per il Ramadan o per le feste come il Natale e la Pasqua, che hanno una forte rilevanza culturale in Svizzera. Ad esempio sono tollerate le distribuzioni di conigli di Pasqua o doni natalizi ai bambini, e si organizza una visita di San Nicolao. Noi come assistenti pastorali, dunque, non possiamo organizzare celebrazioni, ma forniamo tutte le informazioni riguardo alle opportunità all’esterno del centro. I migranti possono infatti uscire dal Baz per partecipare alla vita religiosa, ma talvolta sono necessari permessi speciali. Ad esempio nel caso di celebrazioni serali o notturne (tipiche tra gli Eritrei), è necessario chiedere con anticipo il permesso di rientrare dopo l’ora di chiusura del centro.

Come funziona la collaborazione con l’assistente cattolico e l’imam che lavorano nel Suo team?

La nostra collaborazione è molto stretta. Anche se non lavoriamo quasi mai nello stesso giorno, ci scambiamo giornalmente molte informazioni pratiche – come sta una certa persona, di cosa bisogna un’altra – ma anche consigli di lettura, e informazioni tecniche. Capita spesso che lasciamo un articolo, un libro o una foto sulla scrivania dei colleghi. Le nostre riunioni hanno luogo ogni 2-3 settimane. Inoltre incontriamo regolarmente i rappresentanti delle nostre chiese e i supervisori. Cerchiamo di formare uno spirito di gruppo, perché è importante non sentirsi soli. Lavoriamo in un centro con moltissimi collaboratori di vario genere, e noi come team pastorale siamo piuttosto marginali, nonostante il peso notevole che portiamo sulle nostre spalle!

Questa collaborazione contribuisce al dialogo interreligioso?

Questo termine mi fa pensare a incontri formali a livello teorico, tra le chiese e le istituzioni religiose, e in questo senso il nostro lavoro di squadra non ha molta influenza. Cerchiamo però di coltivare un atteggiamento interreligioso molto concreto, come team e nei confronti dei migranti, cercando di imparare l’uno dall’altro.

Quali sono le maggiori sfide della Sua attività?

Dal punto di vista spirituale, una grande sfida è quella di essere sempre aperti all’ascolto dell’altro, presenti mentalmente e spiritualmente. Chiedersi costantemente se capiamo la persona che ci sta di fronte, se vediamo i suoi bisogni, richiede molta concentrazione e impegno. Ci sono poi le sfide strutturali.

Per me è una nuova esperienza lavorare all’interno di un sistema che non è una chiesa e che ha dunque altri scopi. Questo genera talvolta tensioni, più o meno forti, e trovare una via d’intesa non è sempre facile. Infine ci sono le sfide socio- politiche. Siamo inseriti in un contesto dove la politica è molto presente e le decisioni del governo influenzano direttamente la vita quotidiana. È spesso una vera sfida toccare con mano le ingiustizie che i sistemi politici possono generare, non solo qui, ma anche in altri stati. Penso ad esempio ai paesi in cui le persone, a causa della loro etnia, sesso o orientamento sessuale, hanno pochissimi diritti. Ci confrontiamo quotidianamente con storie drammatiche, dobbiamo trovare un modo di conviverci e allo stesso tempo rinnovare il nostro impegno a favore di queste persone.

2022 04 assistenza2Che cosa desidera per il futuro nel suo ambito lavorativo?

Il mio collega padre Arcangelo diceva sempre che sarebbe bello se non ci fosse più bisogno di noi! Il desiderio è che la migrazione in futuro sia vista in modo normale, come la mobilità e il turismo, che tutti gli uomini abbiano le stesse possibilità e non si debbano più ascoltare queste storie drammatiche di fuga. Naturalmente queste sono visioni che vanno al di sopra delle nostre possibilità. Concretamente mi auguro che le strutture di accoglienza come il BAZ sappiano sempre più sostenere il disagio psicologico dei migranti, e che a questo vengano dedicate risorse, spazi e personale. Questo è fattibile! È importante che le nostre chiese e la diaconia prendano posizioni, si esprimano con coraggio e chiarezza a favore dei richiedenti asilo e dei migranti in difficoltà. Infine mi auguro che rimaniamo aperti, disponibili ad apprendere, senza fossilizzarci nelle ideologie. Domandiamoci sempre se facciamo la cosa giusta, e se siamo davvero vicini ai bisogni dei migranti.

Intervista a cura di Valentina Rossetti

Il “Bundesasylzentrum (BAZ)” di Kappelen (BE)

Il Centro federale d’asilo di Berna è attivo dal 2016 presso l’ex-Zieglerspital, ed ha funzione procedurale. In questo tipo di centri si presentano e si esaminano le domande d’asilo. È previsto che i richiedenti asilo vi restino per tutta la durata della procedura. Il BAZ di Berna ha più di 200 posti, ma il numero di ospiti varia rapidamente. Inoltre vengono tenuti posti di riserva per rispondere a eventuali emergenze.

I migranti giungono da svariate nazioni, l’anno scorso in gran parte da Afghanistan, Turchia, Siria, Eritrea, Algeria e Sri Lanka, ora anche dall’Ucraina.


Articolo pubblicato sul mensile insieme di aprile 2022.