GirlsCamp2Nello scorso numero vi abbiamo presentato il progetto missionario che sosterremo nell’anno pastorale 2020/21. Questa volta vogliamo parlarvi della storia di Romina, educatrice e responsabile all’interno dell’equipe della Lawrence House. Le abbiamo posto qualche domanda per conoscere meglio la casa, il lavoro degli operatori e i sogni di chi la abita.

Cosa ti ha portata a Città del Capo? Quando sei arrivata?

Sono arrivata a Città del Capo nel 2005. Prima di allora, nel 2003, grazie ai padri Scalabriniani ho fatto un’esperienza di volontariato di circa tre mesi e mezzo a Cúcuta, in Colombia.

Stavo studiando scienze dell’educazione, e dovendo svolgere un tirocinio per completare gli studi, decisi di partire. Il tempo passato in Colombia mi ha profondamente segnata, quello che ho vissuto lì fu totalmente inaspettato. Portai a casa la voglia di fare un’altra esperienza, perciò chiesi nuovamente agli Scalabriniani se c’era la possibilità di andare altrove, e fui informata che stavano per aprire una casa famiglia a Cape Town, perciò sono partita per il Sudafrica. La mia aspettativa iniziale era quella di fare un anno di volontariato per poi tornare in Italia e cercare un lavoro, ma non è andata proprio così! Il primo anno alla Lawrence House è stato molto difficile, poi mi sono innamorata del posto, dei ragazzi e di quello che stavo facendo, delle possibilità che si stavano aprendo alla Lawrence house. Quindi ho deciso di restare.

Qual è il tuo ruolo alla Lawrence House?

Sono educatrice, seguo personalmente alcuni dei programmi con i ragazzi, ma soprattutto supervisiono i programmi educativi, mi assicuro che gli educatori seguano i programmi stabiliti.

Quali sono i bisogni dei ragazzi che abitano la Lawrence House? Come li supporti?

La Lawrence House accoglie bambini rifugiati, minori non accompagnati o che sono stati abbandonati dai genitori. Il fatto di non aver mai vissuto una situazione stabile, di aver subito abusi fisici e psicologici, il fatto di essere stati abbandonati dai genitori o da altre persone con cui avevano un rapporto di fiducia, sono tutti traumi che si riflettono nei comportamenti dei ragazzi.

Per noi educatori è fondamentale l’accoglienza di ciascuno dei bambini o dei ragazzi giunti qui: nelle prime settimane ci impegniamo affinché il nuovo arrivato diventi parte integrante della casa. Osserviamo i suoi comportamenti, il modo di relazionarsi con gli altri, e ci assicuriamo che lui capisca che si trova in un luogo sicuro. Capita spesso che i nuovi arrivati manifestino le loro insicurezze in diversi modi: per questo è importante per loro creare delle abitudini, a partire dalla colazione tutti insieme, poi la scuola, i compiti, la merenda, tante piccole cose che servono a infondere un senso di sicurezza e stabilità.

Certamente non tutti i ragazzi reagiscono alle nuove abitudini allo stesso modo, alcuni sono più restii, manifestano conseguenze più gravi dei traumi subiti, e in questi casi interveniamo offrendo supporto psicologico specifico per l’individuo.

Anche le attività extra-scolastiche che svolgiamo hanno un ruolo fondamentale, i momenti ricreativi e lo sport diventano per i ragazzi un modo per divertirsi, dare sfogo alle proprie emozioni e creare legami forti. Il Covid19 ha purtroppo limitato alcune delle attività che svolgevamo, ma ciò non toglie che i ragazzi possano fare altri giochi in totale sicurezza.

Com’è strutturato il team degli operatori che lavorano nella casa?

Il team è piccolo: c’è Giulia, la direttrice della casa, poi abbiamo un’assistente sociale, ci sono io come coordinatrice degli educatori e altri 5 educatori, di cui 4 fanno turni per rimanere durante la notte, mentre 1 viene solo durante il giorno dal Lunedì al venerdì. E abbiamo una persona che ci aiuta nelle pulizie.

Un piccolo team ma è abbastanza per riuscire a fare quello che dobbiamo fare, non si tratta solo di assicurarci che i ragazzi abbiamo da mangiare, dormire e altre cose basilari (come il fatto che vadano a scuola), ma è anche sufficiente a creare un ambiente in cui i ragazzi possano sentirsi un po’ in famiglia. Questo senso di appartenenza si costruisce attraverso relazioni che dobbiamo creare sin dal primo giorno in cui i ragazzi vengono ad abitare nella casa. Poniamo delle regole, certo, ma soprattutto creiamo relazioni. Di solito questi ragazzi provengono da situazioni in cui non hanno avuto accanto persone con ruoli fondamentali nelle loro vite, spesso sono mancati dei sani rapporti di fiducia, per questo noi cerchiamo di far sì che loro si fidino di noi del team per poter aiutarli a crescere.

Che tipo di attività svolgete?

Abbiamo diversi tipi di programmi: c’è il programma dedicato ai bisogni fondamentali dei ragazzi, il programma che insegna come gestire una casa e diversi programmi terapeutici.

Abbiamo programmi educativi, programmi ricreativi e anche quello che chiamiamo “programma di sviluppo”, pensato per creare delle attività che rispondano a necessità specifiche dei ragazzi. Quest’anno, ad esempio, uno degli educatori ha fatto degli interventi specifici ad un gruppo di ragazzi (maschi) per parlare del ruolo del papà in una famiglia, e ciò è stato utile anche per capire chi individuino come role model nella loro vita.

Come preparate i giovani alla vita “dopo” la Lawrence House?

La preparazione all’uscita dalla casa è un processo lungo in cui ci assicuriamo di dare un grande supporto emotivo al ragazzo che uscirà, cerchiamo di gestire insieme l’ansia che può generare un cambiamento di vita così importante. Discutiamo insieme al ragazzo riguardo le sue possibilità e i suoi desideri per il futuro, indicandogli la via migliore per raggiungere i suoi obiettivi.

Preparando i giovani al futuro, diamo importanza anche alle piccole cose come la gestione di una casa, organizzando i turni giornalieri delle pulizie: lavare i piatti, pulire il refettorio, le pulizie generali, fare la lavatrice, ma anche prendersi cura del giardino e l’imparare a cucinare sono attività fondamentali per loro. Anche il semplice compito per i ragazzi più grandi di andare a comprare il pane da soli è un gesto di fiducia e che insegna loro l’importanza di saper gestire del denaro e stimola un senso di responsabilità.

Specialmente con i ragazzi dai 16 anni in su, ci concentriamo sull’importanza di saper prendere decisioni in maniera autonoma: mostriamo ai ragazzi che ad ogni azione corrispondono delle conseguenze, positive e/o negative, ma lasciamo che siano loro a fare la loro scelta. Questo è l’unico modo per assicurarci che un giorno riescano a decidere da soli.

Cosa ami del tuo lavoro?

Come dicevo, sono arrivata alla Lawrence House dopo la mia esperienza in Colombia con la volontà di mettermi al servizio degli altri, e questa volontà si è poi trasformata in lavoro.

Conservo sempre la voglia di ascoltare gli altri, di relazionarmi con i giovani e poterli aiutare nel loro cammino di crescita. Seppur piccolo, il mio contributo nella loro crescita mi gratifica tantissimo. Mi piace lavorare con i giovani, fare attività con loro, farli riflettere in modo creativo, far sì che vedano il bello che hanno in sé, molto semplicemente, essere lì con loro e per loro.

Cosa sognano i ragazzi per il loro futuro? Hanno idea di cosa vorrebbero fare da grandi?

Alcuni hanno dei sogni, altri ancora non riescono a sognare. C’è chi sogna di diventare pilota, chi di diventare maestra di danza, di fare il dottore, lo scienziato. Anche se non tutto è sempre facilmente realizzabile, è bello sentire le aspettative che hanno i ragazzi sul loro futuro, perché è ciò che li stimola a imparare e a voler fare nuove esperienze. Purtroppo, il loro status di rifugiati rende difficile la realizzazione di alcuni sogni, questo lo imparano crescendo e diventando più giudiziosi.

Ringraziando Romina per la sua preziosa testimonianza, vi ricordiamo che è possibile fare una donazione usando il conto postale della Missione: 30-21486-3 con causale: “Orfanotrofio a Città del Capo”. Con un piccolo contributo, possiamo offrire a questi ragazzi la possibilità di sognare in grande.

Sofia Iorio