Viviamo tempi culturalmente difficili. Qualcuno dice che è sempre stato così, qualche altro dice che questo periodo storico è particolare, perché il male è maggiormente mascherato e l’assuefazione al male è così alta che ormai non ci tocca più, non ci dà più fastidio, non è più un evento straordinario, ma così ordinario, che fa parte di noi.
Ci sono persone che per affermare la loro identità hanno bisogno di annullare la diversità. L’altro è un pericolo, l’altro è un ostacolo alla mia esistenza. E dunque, avanti con i muri, con l’esclusione, con i particolarismi, con i nazionalismi, e via via con i tanti “-ismi”.
Dalla liturgia di quest’oggi riceviamo un messaggio che ci riporta alle fondamenta: Dio ci ha creati diversi, ma siamo chiamati all’unità. Uomo e donna sono due esseri diversi, ma pari nella dignità. Dobbiamo andare oltre il genere letterario dei racconti biblici. Il messaggio di fondo è che la legge in sé uccide se non rimanda al progetto originario. Il tradimento (da chiunque venga fatto) è sempre negativo e Gesù non lo giustifica, ma dice che il più grande tradimento è venir meno all’identità comunitaria, al senso dell’esistere insieme, al progetto creativo iniziale, perché solo questo ci dà pienezza. Solo la fedeltà a questo progetto ci aiuterà a non considerare l’altro un oggetto da sfruttare (e poi buttare) per il proprio piacere, un pericolo da distruggere, un’opportunità per colmare un vuoto.
Buona domenica
P. Antonio
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